26 febbraio 2021

Gulliver e i Lillipuziani

  • Di Paolo Armaroli

Stufo di predicare a dritta e a manca la britannica moral suasion, l’uomo del Colle perse la pazienza. Aveva consultato “quelli là” senza venire a capo di nulla. Perché tutti, scimmiottando il Garibaldi del “Roma o morte”, si attestavano sulla linea del “Conte o morte”. A riprova di quanto avesse ragione il vecchio Marx, Karl non il comico Groucho, quando sentenziava che la Storia – quella Storia per la quale il predecessore di Gulliver andava in brodo di giuggiole – una prima volta si manifesta in tragedia e una seconda volta in farsa. Dopo di che costoro non avevano la minima idea di come sciogliere il rebus della governabilità.

Già questo provocava all’inquilino del Colle l’orticaria. Decidessero una buona volta a decidersi, questo pugno d’uomini indecisi a tutto! E invece niente. Così mise in testa un casco di esploratore a uno con il berretto pentastellato che occupa la terza carica dello Stato per vedere come se la sarebbe cavata. Come nel 2018, però, non cavò un ragno dal buco. Ma in quei giorni in cui il tapino cercò di mettere tutti d’accordo, se ne videro di tutti i colori. “Quelli là” tentarono di spartirsi la torta del programma e, già che c’erano, si divisero anche la torta delle poltrone ministeriali. Con una totale mancanza di riguardo nei confronti del futuro incaricato e dello stesso uomo del Colle. Mai si era scesi così in basso.

Preso atto di tutto ciò, lo Statista palermitano si comportò come il Generale d’Oltralpe. Sì, quello lungo lungo che non poteva sopportare la perfida Albione, che pure nell’ora più buia gli aveva offerto ospitalità. Senza, a onor del vero, prenderlo troppo sul serio. La France, la France e ancora la France. Chissà che cosa avrà pensato di lui il buon Winston… Quattro parole sole pronunciò a questo punto il Nostro: “La ricreazione è finita”. E facendo seguire a queste parole i fatti, si tolse il cilindro e saltò fuori Gulliver come Minerva uscì dalla testa di Giove. Un personaggio grande e grosso, famoso più fuori che dentro i confini nazionali. Perché – da Dante a Machiavelli – nessuno è profeta in patria.

Il magistrato di persuasione e d’influenza, come lo definì Meuccio Ruini nella sua relazione al progetto di Costituzione, lasciò carta bianca a Gulliver. Gli dette un solo consiglio: “Vedi di non umiliare ‘quelli là’ che si agitano a valle senza molto costrutto. Sennò rischi la fine di Carlo Cottarelli, un economista di indiscusso prestigio che però nessuno avrebbe votato. Fai bene attenzione: se stai troppo vicino a “quelli là”, ti bruci; ma se gli stai troppo lontano, mai e poi mai otterrai la loro fiducia. E a me rimarrebbe l’extrema ratio delle elezioni anticipate.

Meuccio Ruini, nel 1946 fu eletto deputato all'Assemblea Costituente, e divenne presidente della "Commissione dei 75", incaricata di redigere il testo costituzionale

Meuccio Ruini, nel 1946 fu eletto deputato all'Assemblea Costituente, e divenne presidente della "Commissione dei 75", incaricata di redigere il testo costituzionale

Così Gulliver scende a valle e s’imbatte nella citta di Lilliput, mai vista prima d’ora ma contrassegnata nelle carte geografiche con la dizione “Hic sunt leones”. Gulliver si rinchiude nel teatro della democrazia e ascolta i Lillipuziani, discendenti da personaggi famosi nell’immediato dopoguerra che ci tocca rimpiangere di continuo. Sente il Comico autoproclamatosi l’Elevato. Sente il Nazareno, una povera anima del Purgatorio che deve vedersela con variopinte tribù denominate correnti, ma sono fazioni, ed è più di là che di qua. Sente la Vispa Teresa e le fa, da quell’uomo di mondo che è, gli occhi di triglia nel tentativo di associarla al carro ministeriale. Ma invano perché Lei invoca a lettere cubitali la COERENZA. Sente il Capitano, sballottato tra i governatori del Nord e il suo secondo. Ossessionato dalla predetta Vispa Teresa. E poi Gulliver sente tutti gli altri, aiutandosi con il “facciario” perché per lui sono degli illustri sconosciuti.

Dopo aver preso un mare di appunti senza spiccicare parola, nella convinzione che il silenzio è d’oro, Gulliver, d’intesa con l’uomo del Colle, forma un governo con tecnici di propria fiducia e con politici soppesati con il bilancino di Massimiliano Cencelli. Onestamente, non avrebbe potuto fare di più in queste drammatiche condizioni. Tuttavia i bastian contrari non mancano mai. E Rino Formica, che non ha mai avuto peli sulla lingua, su Domani del 21 febbraio la vede così: “Il governo dei due presidenti, Mattarella e Draghi, è composto da gerarchetti minori, come direbbe Massimo Bordin, e da alcuni illustri specialisti. I quali sono bravi nel loro campo ma non hanno l’esperienza interdisciplinare che è dote necessaria all’attività di governo. Ora arriveranno anche i sottosegretari che nella Prima repubblica chiamavamo ‘deputati attrezzati’: perché avevano una macchina, una segretaria, insomma un appannaggio in più”.

Con qualche patema d’animo, un po’ spaesato nel paese dei Lillipuziani, Gulliver sfodera il piglio del politico nel teatro della democrazia. Non lascia nulla al caso. Cita Conte, Cavour, Papa Francesco. Nel suo discorso fanno capolino Mazzini, Ciampi. E poi conclude in bellezza: “L’unità è un dovere, ma è un dovere guidato da ciò che sono certo ci unisce tutti: l’amore per l’Italia”. Ma proprio sul più bello l’emozione gli gioca un brutto scherzo. Un nodo alla gola gl’impedisce di alzare la voce. Arriva così flebile all’uditorio che l’applauso alla fine arriva. Ma arriva a scoppio ritardato.

E la nave va. Ma Gulliver farà bene a seguire l’esempio di Cavour che, in occasione del dibattito parlamentare sul progetto di legge concernente l’unità d’Italia, dichiarò che il suo governo si era sempre ottenuto alla regola di rimorchiare l’opinione pubblica e, di conseguenza, il Parlamento. Se per avventura Gulliver si rassegnasse a esserne rimorchiato, i Lillipuziani lo butterebbero a terra e lo legherebbero ben bene. Per sua e nostra disgrazia.

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