09 July 2020

Tutto il mondo sulla Lapa (visto dalla Campania)

  • Di Sergio Nazzaro

Le Ape Car Piaggio sono lì rattoppate nei paesi, che si muovono con delicata lentezza e cariche di meraviglie contadine. Bilance con contrappesi che sanno di bronzo, forse ottone, comunque di sicuro hanno il sapore del tempo passato.

Non vi è più civiltà e più macchina dell’Ape Car. Così integrata nel panorama della nostra civiltà quotidiana che a vederla non ci si stupisce più di tanto, eppure è nata quando i tempi erano affamati e duri. Nel 1948, con le macerie che ancora erano sudate e polverose, l’ingegno e il genio decisero che il futuro si potesse basare sulle tre ruote, o ancor meglio sul numero 3. Gli altri, i moderni, lo avrebbero capito molti decenni dopo. Ape, rimando alla dolcezza e al lavoro, alla complessità della fatica d’insieme. “Su mio moto-fuggone mi sento un leone” cantava il buon Diego Abatantuono in “Eccezziunale Veramente”, a discapito dei perbenisti, è l'inno reale e sincero dell’Ape Car. Il suo inventore D’Ascanio, geniale progettista aeronautico come giustamente recita nelle note storiche la casa madre Piaggio dirà: “Si trattava di colmare una lacuna nei mezzi di locomozione utilitaria del dopoguerra, portando sul mercato un motofurgone di piccola cilindrata, di limitato consumo e di modesto prezzo di acquisto e di manutenzione, facile alla guida, manovrabile nel più intenso traffico cittadino”. E non per dire D’Ascanio progetta anche la Vespa, altra grande civilizzazione delle macchine e dell'età che la vive.

Ed oggi, sono lì rattoppate nei paesi, che si muovono con delicata lentezza e cariche di meraviglie contadine. Bilance con contrappesi che sanno di bronzo, forse ottone, comunque di sicuro hanno il sapore del tempo passato. Vanno a retromarcia, ignare o impavide, dove non si può, ma è solo per girare in un vicolo e cominciare a vendere. L’Ape Car è un simbolo di un tempo che fu che diventa bottega di uomini e donne, indistintamente, piegati dalla fatica, bruciati dal sole, rugosi che neanche i pomelli consumati dell'acceleratore della stessa Ape possono competere. E quando si buca una ruota, l'Ape diventa l’Italia, basta la forza decisa di un paio di contadini ad alzarla e riparala, ma c'è chi in paese giura di Zì Pasquale che l’alzava sempre da sola con una mano sola: tanto quanto può pesare un’Ape? Il tre ruote che andato veloce contro la storia e i suoi fallimenti, il tre ruote povero e rabberciato di saldature che mantiene ancora intere famiglie con orgoglio e passione, il tre ruote che ha inventato la mobilità dolce prima che qualcuno ne partorisse lo stesso concetto, e se non è ibrida di fatica e sudore l'Ape, non immaginiamo cosa altro possa esserlo. L'Ape piegata in un fosso, che ha incespicato, come se fosse questa Italia. Piegata ma non doma, e poi una mano, come quella di Zì Pasquale a sollevare le meccaniche sorti di un Paese che è dimentico della fatica e della migrazione quotidiana da una strada all'altra sull'equilibrio del numero tre. La sera i fari dell'Ape ti osservano da dentro i portoni vecchi. Chissà se stanchi, sorridenti, pensierosi. Immobili ma non domi, sereni ma non rassegnati. Appoggiati all'Ape ci si accende un vecchio sigaro. Ed è civiltà se si rimane a dialogare con le macchine.

Sergio Nazzaro, giornalista, reporter e documentarista. Tra i suoi libri "Mediterraneo" edito da Round Robin Editrice

Sergio Nazzaro, giornalista, reporter e documentarista. Tra i suoi libri "Mediterraneo" edito da Round Robin Editrice

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