14 July 2020

Nei piccoli borghi o nelle grandi città, la centralità dell'uomo sociale

  • Di Laura Polverari

C'è tanta voglia di borghi e campanili. In questa estate post-Covid, i piccoli centri non sembrano essere più sceneggiature pubblicitarie di un'Italia sbiadita, rivolte prevalentemente ai turisti stranieri. Per quanto i piccoli centri continuino ad essere spopolati e silenziosi, ed ora in gran parte anche digitali, la loro riscoperta sta diventando la narrazione di una rinascita identitaria forte, in contrapposizione a quella del regresso dei grandi conglomerati urbani, che in questi mesi stanno conoscendo un analogo svuotamento silenzioso dei loro centri storici a causa della pandemia, e dove si è alla ricerca di nuove modalità di riabitazione. Ma la riqualificazione degli spazi pubblici e condivisi, attraverso la trasformazione del rapporto centro-periferie da un lato e le iniziative per il ripopolamento dei piccoli borghi dall'altro, è una tematica già affrontata prima che il Covid-19 cambiasse i paradigmi socio-economici e culturali del Belpaese.

I progetti di riqualificazione

Sono tanti i progetti per contrastare lo spopolamento dei borghi e dei piccoli centri, come la compravendita delle case a 1 euro, la legge sui Piccoli Comuni in vigore dal 2017 per favorire misure di riqualificazione dei 5.500 Municipi a rischio svuotamento; e infine le sinergie messe in campo tra amministrazioni locali e università, per il recupero dei centri storici. Citiamo, ad esempio, il progetto "Riabitare Alicia" nell'antico nome di Salemi (TP), presentato l'anno scorso dal Dipartimento di architettura e design del Politecnico di Torino e promosso dalla Fondazione Sicilia. Oggi, a questi tipi di progetti si aggiungono gli investimenti pubblici sulla banda ultra larga.

Comune di Salemi (Trapani)

Comune di Salemi (Trapani)

I borghi digitali

La digitalizzazione dei piccoli Comuni è iniziata due anni fa grazie al piano industriale del ministero dello Sviluppo Economico sulle cosiddette Aree Bianche a fallimento di mercato, cioè su quei territori non interessati dagli investimenti da parte dei soggetti privati. "E' un piano che porterà entro il 2023 la fibra ottica in tutte le aree bianche", spiega Andrea Falessi, responsabile relazioni esterne della società Open Fiber, concessionaria che si è aggiudicata il bando Infratel e che sta sviluppando la rete pubblica in 7 mila Comuni. "Sono già 523 i Comuni in rete, cioè dove i partner commerciali possono già incominciare ad investire perché è stata superata la fase di collaudo, mentre in oltre 2400 comuni i lavori di cablaggio sono in corso". Il piano prevede la progettazione, realizzazione e manutenzione in modalità wholesale dell'infrastruttura di rete di accesso, sia passiva che attiva, per ogni unità immobiliare. I numeri rendono bene l'idea dell'impatto di questo investimento: 2,6 milioni sono le unità immobiliari cablate fino al 31 maggio 2020.

Dunque la digitalizzazione darà un contributo fondamentale per combattere lo spopolamento dell’entroterra e potrebbe rappresentare una ulteriore attrattiva non solo per il turismo, ma anche per giovani, studenti, professionisti e aziende che vorranno investire in aree fino ad ora remote e isolate dai grandi centri urbani. Specialmente oggi, dopo la scoperta e l'esperienza dello smart working e della didattica a distanza, iniziate durante la fase 1 del lockdown. Il rafforzamento del lavoro agile quindi, potrebbe essere propedeutico a un ritorno stabile nei borghi, dove la vita ha un costo minore e gli spazi aperti e la natura possono garantire il distanziamento sociale.

E infatti questa percezione positiva manca in quei piccoli centri dove la banda ultra larga non è arrivata e l'economia di sussistenza è ancora legata solo alla campagna e all'allevamento. "Qui la rete va a rallentatore e ciò è stato un problema soprattutto durante il lockdown nella gestione della didattica a distanza", racconta Elmo Di Vito, Guardia Parco di Scontrone, un paese di 650 abitanti in provincia dell'Aquila. "Il paese è abitato per la maggior parta da ultra sessantenni. I giovani se ne vanno, non c'è turismo, ma alcuni tornano in brevi periodi perché qui hanno le seconde case. Durante la prima fase della pandemia c'è stato un ritorno di alcuni studenti fuori sede, compresa mia figlia". Ma ne è sicuro Elmo: "presto tutti se ne torneranno in città, perché qui non c'è nulla per loro".

Diverso è il racconto dal borgo di Novara di Sicilia, in provincia di Messina, piccolo Comune inserito tra i Borghi più belli d'Italia. Negli anni 60 il paese aveva più di 9 mila abitanti ridotti a poco più di 3 mila negli anni 90. "Oggi siamo 1280, di cui 150 giovani tra i 18 e i 28 anni. L'economia è legata principalmente alla pastorizia e all'allevamento, ma stiamo recuperando grazie al turismo. Le bellezze naturalistiche e gli eventi enogastronomici, ora sospesi, portano numerosi turisti nei fine settimana. Così, molti giovani stanno pensando di restare nel territorio per aprire botteghe locali e b&b", spiega Angela Puglisi, responsabile comunale per i Borghi più belli d'Italia.

Dunque è sufficiente la rete per il recupero dei borghi soprattutto ora in cui il distanziamento sociale è una prerogativa salvavita e gli spazi aperti sono necessari per metterla in pratica? "Sono sempre andato cauto nell'affermare che la tecnica ci salverà, se contemporaneamente non associamo a questa, la parola chiave 'società'- spiega il sociologo Aldo Bonomi. "E' necessario ricostruire una dimensione sociale nuova che la pandemia ha impattato su più livelli".

La rigenerazione urbana

Probabilmente la corsa alle città è solo sospesa, ma l'esaltazione delle Smart cities in dicotomia con i piccoli centri, simboli di bellezza ma anche di provincialismo, è stata la cronaca che ci ha accompagnato per lungo tempo. Abbiamo così popolato i grandi agglomerati urbani, illudendoci che fossero i soli cardini di progresso, dove un futuro (migliore) era a portata di mano. Un racconto che nasconde diversi lati oscuri sia tra le maglie delle disuguaglianze sociali ed educative che affliggono i conglomerati urbani, i cui centri ora sono vuoti, sia nel fermento a rischio esplosione delle periferie cittadine.

Nel sovraffollamento delle grandi città, dove spesso ci si sente più soli e isolati e le infrastrutture in alcuni casi singhiozzano, abbiamo ricostruito una dimensione di quartiere: "un concetto che apparteneva alle comunità dei sussurri", spiega Bonomi.

Dopo la crisi ecologica prima e la pandemia ora, di fatto molti urbanisti stanno comprendendo che il benessere dell'uomo è legato a una connessione più armoniosa con la natura. Molti progetti di riqualificazione urbana seguono questa direzione: la rigenerazione di spazi dismessi e di interi quartieri congestionati o abbandonati in spazi verdi. Tra le varie iniziative spicca il progetto "Urban Jungle" dell'architetto Stefano Boeri per la riqualificazione di Prato.

Le Social city

Ma sarebbe sbagliato sostituire l'esaltazione della Smart city con quella del borgo digitale. Le dualità non possono convivere con le interconnessioni, così come la tecnica, da sola, prendendo in prestito le parole di Aldo Bonomi, non può salvare l'uomo. Questa fase di trasformazione e transizione potrebbe essere un'occasione di contaminazione di politiche diffuse che mirino all'inclusività, alla sostenibilità, all'accessibilità. Perché "non ci può essere una Smart city senza una Social city". Cioè non potrà svilupparsi una trasformazione reale - delle grandi città e dei piccoli comuni (post-Covid) - "senza il recupero di una dimensione più solidale tipica delle piccole comunità. Ciò significa investire in scuole, ospedali di zona, nel terzo settore, nella medicina di prossimità", commenta il sociologo.

"Perché abitare non è una moda, ma una metamorfosi". Perché se il margine deve farsi centro, il barri-centro è l'uomo sociale e il suo benessere.

Il borgo di Vernazza (provincia della Spezia)

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