07 July 2020

Morricone e l’eterna meraviglia dell’amore

  • Di Peppino Caldarola

Questa mattina tutti coloro che non sono riusciti a leggerlo ieri scorreranno le parole d’addio di Ennio Morricone. Un artista grande, uno smisurato talento italiano, uno che con la musica aveva letto e raccontato il mondo di ieri, di ieri l’altro, di oggi, facendo emergere sempre la drammaticità e la verità della condizione umana.

Il necrologio che Morricone ha scritto all’alba dei suo novantunesimo anno è un testo che rimanda a tempi antichi, quando la morte non veniva nascosta ma diveniva una sorta di cerimonia pubblica familiare in cui chi ci stava per lasciare mostrava i suoi umori e i suoi amori.

Se leggete attentamente, il testo di Morricone ha un chiave unica ed è l’amore. Parla d’amore quando saluta amici e artisti, parla d’amore quando si rivolge a figli e nipoti, parla di un amore grandissimo, l’ottava meraviglia del mondo, quando parla dell’amore verso la propria compagna. Queste parole d’amore sono tanto più forti e cariche di un messaggio rivolto a noi, che provvisoriamente restiamo, perché in esso c’è un dato che rompe con i tempi. C’è l’accettazione della morte. L’uomo moderno vede tanti modi di morire modi uccidere, come aveva scritto Bertolt Brecht, ma trascura che ci sono morti che spesso sono morti naturali, che vanno accettate, perché la vita se ne è andata sospinta da una disgrazia, da un delitto ma anche, semplicemente, il nostro tempo era finito. L’unica cosa grande delle grandi religioni è la spinta verso l’uomo perché accetti che la sua vita può finire.

Morricone ci dice amatevi e, addirittura, amate la morte. Sono due messaggi intrecciati che rivelano una tipologia umana difficile da ritrovare nel mondo d’oggi dove vediamo personaggi di ogni campo e di tarda età esibire la propria cattiveria, il proprio disprezzo per i mondo, il culto del piccolo gruppo, il carrierismo irresistibile, l’uso addirittura della morte come strategia per annichilire gli altri e impedire che il mondo vada avanti.

Io conosco alcuni vecchi così. Sono i vecchi incattiviti che sono stati incapaci di attraversare la propria vita con dignità, che l’hanno vissuta contro e mai per qualcosa, funamboli della verità, sempre pronti a servir padroni nuovi, vecchi corrosi dall’invidia perenne.

Non dobbiamo in questi anni difficili occuparci dei giovani. Ne conosco tanti. Molti sono migliori di noi. Bisogna che li abituiamo a fronteggiare i vecchi cattivi, quelli sempre a galla, che sfuggono la morte perchè il giorno dopo l’exitus di loro non resterà traccia. Intendo traccia di umanità. Avranno scritto libri, saranno stati personalità istituzionali, si saranno affannati a urlare “ci sono anche io” ad ogni nomina pubblica, ma tutti insieme danno vita a quella rivoluzione dei “momios” con cui gli argentini segnalavano un mondo di cattivi che restava attaccato al presente impedendogli di vivere e di conoscere le sue meraviglie.

Già una volta scrissi che la canzone di Domenico Modugno, mio lontano zio, quella che riportarono al successo i Negramaro ci aveva messo davanti alla forza del meraviglioso. Il meraviglioso della natura, dell’amore e il meraviglioso che siamo noi che sappiamo amare, che godiamo del successo degli altri, che vediamo l’oscurità dei vecchi cattivi, quelli che hanno tormentato la prima repubblica con le loro trame giudiziarie e ancora oggi tolgono il diritto alla felicità. Questi vecchi cattivi sono come quei personaggi dei film a cui donava la musica Ennio Morricone, uomini la cui unica meraviglia è la cattiveria e la miseria umana. Una umanità il cui ritratto Sciascia già ci fece.

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