15 July 2020

L’impatto della pandemia e il dualismo Nord-Sud. Intervista a Silvia Truzzi

  • Di Amelia Cartia

“La residenza a Milano, insieme con la casa nuova, è arrivata il 27 febbraio. Una settimana dopo, in quella casa senza ancora mobili, abbiamo affrontato il lockdown”.

Silvia Truzzi è firma di punta del Fatto Quotidiano, autrice di programmi tv come Le parole della settimana, e scrittrice per Longanesi. La città spenta dal Covid l’ha raccontata dalle pagine del giornale e da quelle di Andrà tutto bene, instant book scritto da 26 autori del Gruppo Gems. “Uscito prima in e-book, ora è in cartaceo. Abbiamo raccolto più di 50.000 euro per l’ospedale Giovanni XXIII di Bergamo: è stato terapeutico anche per noi, ci ha permesso di dare un piccolo contributo in un momento in cui non sapevamo che fare”.

C’erano incredulità e paura, ma leggiamo anche speranza.

“L’impatto è stato forte: per la prima volta ho visto la mia città, così efficiente e vivace piegata, addolorata. Ma ho visto anche tanta solidarietà, nell’epicentro di un dramma che sembrava non voler finire. Ricordo il senso di tragedia incombente: l’ansia dell’unica uscita per la spesa, la concentrazione in ogni spostamento. E la paura. Ho incrociato un amico, nei primi giorni: tutta coperta ho sperato non mi riconoscesse per non salutarlo. Girato l’angolo mi sono sentita una persona orribile. Questo ci ha fatto, quel clima: ci ha messo di fronte a paure sconosciute, trasformando in nemici gli amici”.

Come ha reagito l’operosa Milano?

Il trauma che ha subìto riguarda anche e ora soprattutto il tessuto economico. La città è un grande hub di servizi, molti dei quali stentano a ripartire. Non è una situazione temporanea: si protrarrà. Molto del sistema produttivo di Milano si fonda sulla capacità di attrarre eventi: cose che si dovranno fare in modo diverso. E lo smart working continuerà a Milano più che altrove.

Con conseguenze sui lavoratori.

Serve una nuova regolamentazione, non solo nei servizi ma riguardo ai diritti: come stabilire quando si è connessi e quando no. Non voglio pensare a una società solo virtuale: la vita sociale è una dimensione non sostituibile, c’è bisogno di guardarsi, toccarsi. Il dopo chiamerà in causa la capacità della politica e dei sindacati di studiare nuove tutele per i lavoratori, e rilanciare un’economia già segnata da una recessione mai vista.

Milano corre: è stata reticente a rallentare?

C’è stata qualche stortura all'inizio, come dovunque. Il vero problema è stato il fallimento, in questa emergenza, del sistema della sanità lombarda. Rsa e ospedali si sono trasformati in centri di contagio. Sono stata felice delle iniziative di solidarietà, segnale di coesione nazionale. Ma per quanto abbia apprezzato la generosità dei singoli, il modello resta lo stato sociale: non può essere la bontà di pochi che hanno tanto a sostituire lo Stato. La salute è un diritto. Ora, se posso, rispondo a una domanda che probabilmente farai...

Prego.

Se abbiamo imparato una cosa, è che in quella prima parte della Carta costituzionale che tutti dicono intoccabile perché meravigliosa - salvo poi disapplicarla sempre - la salute è un diritto: come il lavoro e l'istruzione. Abbiamo imparato che in certe filiere sarebbe bene essere autosufficienti, non dipendere da altri Paesi. E che vanno tutelati i diritti fondamentali.

Se a bloccarsi fosse stato il Sud, Milano avrebbe accettato di fermarsi?

Bella domanda. Abbiamo sentito che se il virus fosse scoppiato al sud, la sanità non avrebbe retto. Può darsi, ma non è detto. Temo che nel tuo dubbio ci sia un germe di ragione, ma non riguarda un presunto egoismo produttivo del Nord: le conseguenze economiche dello stop le vediamo tutti. Non credo alla caricatura dell’imprenditore veneto o brianzolo che pur di fare sghei butterebbe nel fiume la famiglia: tutti sono stati toccati dal dolore.

Da dove riparte il produttivo Nord?

Dovrà adattarsi a una situazione in divenire. Ma non so se le multinazionali che hanno scoperto il risparmio dello smart working vorranno tornare indietro. Bisogna essere vigili: non tutto è una produzione in serie di risultati. E non credo in una società fatta di individui chiusi in una stanza. Veniamo da decenni di precarizzazione e proletarizzazione del lavoro, che è diventato sempre più un privilegio e meno un diritto, anche in termini salariali. Spero che a vincere sia la dimensione costituzionale del lavoro, che è fondamento della nostra Repubblica: l’ipotesi contraria apre scenari bui, ancor più della pandemia.

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