13 July 2020

L'impatto della pandemia e il dualismo Nord-Sud. Intervista a Lucia Annunziata

  • Di Camilla Povia

"Il Sud ha quella sua lentezza e arretratezza che possono diventare una forza. A patto che si superi l’enorme problema dell’illegalità. Solo così potrebbe nascere un nuovo modello di potere slow, che coinvolge l’economia, i servizi, il cibo”.

“Il tallone d’Achille dell’economia milanese è stata la sua iperindustrializzazione. C’è stato un momento durante il lockdown in cui gli industriali non hanno capito che c’era da fare una scelta tra produzione e tutela della salute. Il sud, invece, avendo meno occupazione e scolarizzazione e puntando su un’economia più slow, si è preservato”. La differenza tra nord e sud, nella gestione della pandemia da Coronavirus, è tutta in questa frase sapientemente provocatoria di Lucia Annunziata. La giornalista Rai analizza cosa è accaduto a partire da metà febbraio e perché il prezzo più alto è stato pagato nel nord Italia.

“Capisco che lo schema nord-sud è molto presente ma non bisogna affrontarlo nella solita ottica sviluppo-arretratezza perché la storia dimostra che il nord è diventato l’arretratezza dei paesi avanzati. Il sud ha il vantaggio di potersi ancora sviluppare. Sono due realtà che hanno dimostrato aspetti positivi e negativi. Ma la strage in Lombardia è chiaramente legata a un modello che ha fallito”.

Qualcuno storcerà il naso a sentire che il nord che lavora e che produce ha fallito.

“Ma è la verità e ha fallito come hanno fallito anche le altre aree sviluppate dell’occidente, a causa di un eccesso di privatizzazione e di distanza tra cittadini ed elite. Questo modello è stato un grande vantaggio per il nord ma l’ha illuso di poterlo tenere al riparo per sempre e da tutto, mentre abbiamo visto che il virus colpisce chiunque, comprese le elite. Un modello così verticizzato con una base ampia ed espropriata da ogni cosa, in primis sanità e scuola, è entrato in crisi al primo virus. In Lombardia gli industriali hanno tenuto aperte le fabbriche anche quando non si poteva, certamente per salvaguardare la produzione, ma un via libera della Prefettura non ti preserva dalla propagazione del virus. Possiamo dire dunque che il virus si è infiltrato nelle sostanziose differenze sociali all’interno dell’Italia”.

Messa così sembra un problema di industrializzazione.

“Più che altro del tipo di industrializzazione. La parte ricca del paese è stata punita per il senso di impunità della classe dirigente, il sud è stato premiato perché era sotto sviluppato. Una realtà più lenta, più orizzontale, con meno fabbriche. Il modello che tutti definiscono ‘assistenziale’, certamente meno turbocapitalista del nord, ha avuto meno luoghi dove far propagare il virus. Se vogliamo, la virtù dell’essere disoccupati, senza fabbriche, ha salvato quella parte del Paese. Una realtà meno scolarizzata e avanzata ma che nella sua lentezza è riuscita a proteggersi meglio. Intendiamoci: certamente il vantaggio di Milano e della Lombardia è rappresentato da un’economia più ricca, forte e adeguata alle sfide di un mondo globale e competitivo. Ma il Sud ha quella sua lentezza e arretratezza che possono diventare una forza. A patto che si superi l’enorme problema dell’illegalità. Il Mezzogiorno deve fare i conti con l’ampiezza e la consistenza dell’evasione fiscale. Solo così potrebbe nascere un nuovo modello di potere slow, che coinvolge l’economia, i servizi, il cibo”.

Stupisce comunque come negli altri paesi europei, per esempio Germania e Francia, non sia accaduto nulla di tutto ciò e comunque non con grandi differenze all’interno dello stesso Paese.

“La Germania ha meno distanze tra classi sociali, il suo sviluppo recente è statalista ed è uno Stato con il massimo livello di assistenza sociale, così anche la Francia. C’è ancora molto Keynes in Europa. Inghilterra e America sono invece un modello alternativo, dove il turbocapitalismo la fa da padrone. Ed è lo stesso problema del nostro nord, dove tutto si è costruito su un modello che il virus ha infiltrato molto bene”.

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