13 July 2020

L’evoluzione della bellezza

  • Di Ginevra Leganza

Sacerdoti di stile sono d’abitudine artisti perdigiorno, poeti raffinati, mecenati, modelle vestali, muse celesti… L’estetica è appannaggio delle arti. Ne eravamo piuttosto convinti finché l’ornitologo statunitense Richard Prum, professore all’università di Yale, ci ha rammentato che il più potente filtro d’estasi di Darwin era scritto nelle piume di un pavone. Darwin, il cervellone ossessivo-compulsivo che s’incapricciava di spiegare il mondo, venne rapito e infine arrovellato negli intarsi di un sì ebete uccello. Stregato da quella coda perfettamente inutile ai fini della sopravvivenza, l’albionico triste intuì che l’adattazionismo era forse troppo cocciuto per spiegare la varietà della natura. Perché un oggetto tanto inutile aveva trionfato sulla selezione naturale? A partire dal pennuto vanesio e dal visibilio dello scienziato, Prum cerca di spiegare la bellezza preservandola dalla riduzione ad utilità, facendo così eco a Wilde, maschio meno triste e di gran gusto, il più elegante del secolo: “le cose belle significano solo bellezza […] Tutta l’arte è inutile”.

Nel celebre libro del 2017, “L’evoluzione della bellezza” (irresistibile titolo), appena tradotto per Adelphi, il papageno di Yale intraprende un viaggio che dall’Ottocento britannico muove verso mete presumibilmente più eccitanti: dalla Malesia dell’Argo Maggiore, all’Amazzonia del Manachino Testadorata. Sullo sfondo di queste terre, è affrescata una storia scientifica dell’eros ferino che dai volatili porta all’uomo. Per il professore, scrutare uccelli è una vocazione: fin da bambino, ne cattura la labbia in un binocolo come farebbe un poeta innamorato. E non occorre la pelle, bastano le penne per essere “individui”. Sì, il punto è questo: i volatili, per Prum, sono dei self-made bird che scelgono liberamente cosa diventare. Anzi, ad esser precisi, è la femmina – la cui sciatteria è notoria – a scegliere con chi accoppiarsi, e a determinare perciò i connotati della prole. Ignara dei colori spenti che porta addosso, spesso del tutto priva di ornatus (incarnazione alata di femmina tertullianista), l’uccellina svolazza fino a planare sopra la casa del maschio. Questo incantatore, forte di ocelli iridescenti, di sublimi canti e danze voluttuose, ce la mette tutta per concupire la pennuta fino a dominarla. Scenotecnico in volo, predispone l’arena per l’arrivo della padrona. Alla fine sarà proprio quella, sgraziata, meno bella, assai pratica, a scegliere il maschio più impeccabile tra i vari ospiti.

Come fosse un Baudrillard aviario, Prum fa capire quanto la seduzione sia quasi meglio del coito (del resto, post coitum siamo tutti un po’ tristi). La bellezza, la grazia contano molto di più. La femmina si offrirà al maschio più charmeur. Potrà scartare il più sano per sottomettersi al bello.

La natura non è l’eden, certo: ci sono sempre i feroci maschi d’anatra dediti allo stupro (Prum, noiosamente circospetto, usa l’espressione “copula forzata”: le femministe potrebbero beccarlo), ma la tendenza generale è di sublimare la foia in fascino: anche a costo di soffrire o di ridurre l’aspettativa di vita, perché la sopravvivenza è tanto, ma non è tutto. “Per chi insegue ciò che è bello, è bello anche patirne le conseguenze” diceva Socrate al giovane Fedro. Quelle parole millenarie, pronunciate in riva all’Ilisso, risuonano nelle ali del Manachino Delizioso, che produce melodie da un’ulna deforme, e in ogni divino preludio d’alcova.

Gli uomini non sempre cantano, ma – come insegna Tom Wolfe, nemico dell’evoluzionismo scimmiesco – abitano il regno della parola. Nostra cifra è la vibrazione che diventa logos. E quante volte la donna sceglie un maschio incapace di seme tenace? A volte capita persino all’uomo vero – non solo a Don Chisciotte – di scambiare una troppo dolce peripatetica per fertile dama. Gli strali di Cupido colpiscono a prescindere dalla garanzia di prole. Le nostre danze variopinte non hanno piume, ma belle parole o bei vestiti: a partire da qui, si va avanti per il piacere.

Di sicuro non vorremmo discendere dalla scimmia di Darwin. Faremmo torto al bello: “una vita senza respiro di bellezza, non evoca che la scimmia” scriveva Guido Ceronetti. Volentieri rinunciamo a gibboni e macachi, gorilla e scimpanzé – oltretutto scarsi amatori. Ma Richard Prum, pur evoluzionista, è prodigo di insegnamenti per chi ambisce a flirtare con la grazia di chi vola.

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