15 April 2020

Confidustria, parla Panucci: "non c'è salute senza lavoro"

  • Di Edoardo Dallari

Marcella Panucci, Direttore Generale di Confindustria, analizza la crisi coronavirus.

Una cosa è la salute, un altro fatto importante è però il benessere. “Il diritto alla salute va chiaramente tutelato, ma c’è anche il lavoro che è a fondamento della Repubblica. Il lavoro senza salute non è possibile, ma non c’è salute senza lavoro”. Marcella Panucci, dal 2012 Direttore Generale di Confindustria, analizzando la crisi coronavirus, si dice preoccupata per la “tenuta sociale” del Paese e ragiona su come si debba riaprire l’Italia in sicurezza, ma in fretta.

Direttore Panucci, siamo davvero pronti per la Fase 2?

Dobbiamo riprendere le attività convivendo con il virus perché non sappiamo quanto durerà l’epidemia né quando avremo il vaccino. Già oggi circa il 40% delle imprese italiane sta lavorando. I nostri imprenditori sono tenuti ad applicare le regole del Protocollo siglato con i sindacati il 14 marzo e, dai controlli effettuati sui territori, per esempio in Veneto, non sono emerse irregolarità in nessuna impresa. Il luogo di lavoro consente di attuare una serie di prescrizioni molto rigorose che preservano la salute dei lavoratori.

Il governo vi ha ascoltato in queste settimane?

Ci siamo sempre confrontati con il governo. La settimana scorsa, quando è stata decisa la proroga delle chiusure al 3 maggio, ci hanno informati e abbiamo preso atto della cosa, ma bisogna lavorare per una riapertura graduale già dal 20 aprile. I nostri colleghi tedeschi ci hanno scritto chiedendoci di sostenere il riavvio delle attività economiche perché, con un lockdown prolungato, si rischia di danneggiare l’intera industria europea. I tedeschi, peraltro, stanno lavorando, quindi noi non possiamo aspettare oltre.

Come si stanno comportando i sindacati in questa crisi?

In una prima fase c’è stato un dialogo costruttivo che ha portato alla sottoscrizione del Protocollo. Sono poi seguite frizioni sulla necessità di chiudere gran parte delle imprese. Mi auguro che si torni a collaborare per essere compatti verso un unico obiettivo: alla fine dell’emergenza le persone devono avere ancora un lavoro.

Il decreto “Cura Italia” e quello “liquidità” vi hanno soddisfatto?

Le risorse stanziate sono importanti e il Governo ha assicurato che ne seguiranno altre. I capitoli affrontati sono quelli giusti: liquidità, sospensioni fiscali, cassa integrazione. Quello che purtroppo non ha funzionato sono i tempi con cui questa liquidità deve affluire alle imprese e ai lavoratori. Altrimenti annulliamo l’effetto positivo dei provvedimenti.

Di cosa hanno bisogno le imprese?

Io penso che la via principale debba essere quella di credito e garanzie, quindi quella che è stata seguita, perché l’effetto leva consente di massimizzare l’uso delle risorse. Il tema vero però è garantire tempi di restituzione dei prestiti lunghi e congrui: 6 anni sono assolutamente insufficienti. Ne servirebbero almeno 15, se non di più. In questa fase le imprese si stanno indebitando per sostenere la mancanza di fatturato dovuta alle chiusure.

E in futuro?

Usciremo dalla crisi con un sistema economico sfibrato. L’emergenza è la liquidità ma bisogna anche guardare all’equity. Servono provvedimenti che consentano alle imprese di rivalutare gli asset di bilancio e favorire apporti di capitale eventualmente anche mediante la trasformazione di parte del debito in equity.

La risposta europea le sembra soddisfacente?

La Commissione Europea ha usato gli strumenti di cui dispone: ha messo sul campo la possibilità di utilizzare i residui dei fondi strutturali senza cofinanziamento, ha modificato le norme sugli aiuti di stato, ha messo in campo il fondo “SURE” e ha sospeso il Patto di stabilità. Il Consiglio Europeo invece è stato lento e conflittuale. Gli Stati membri faticano a riconoscere questa come una crisi simmetrica che toccherà tutti e che quindi va affrontata con strumenti comuni.

Al centro del dibattito politico c’è il Mes.

Lo trovo surreale. Abbiamo fatto una battaglia per avere uno strumento a disposizione e ora ci rifiutiamo di utilizzarne le risorse per ragioni ideologiche e prive di ragionevolezza economica. Chi fa polemica sul Mes vuol dire che non vuole bene al Paese. Poi è ovvio che serve di più. Come gli Eurobond, che servono a finanziare piani di investimento a partire da infrastrutture e ricerca. Ma ora dobbiamo essere pragmatici.

Quindi l’Eurogruppo della settimana scorsa ha preso le giuste decisioni?

Si, perché è stata tolta la condizionalità ai prestiti destinati alla spesa sanitaria. Se noi per le spese sanitarie prendiamo 36 miliardi dal Mes, possiamo evitare di spendere le risorse nazionali per i capitoli sanitari e destinarle all’economia. Sono risorse aggiuntive.

Si parla molto della patrimoniale. È d’accordo?

Assolutamente no. È il momento di mettere i bilanci pubblici a disposizione dell’economia reale e non viceversa.

Come possiamo rilanciare l’export che sarà in fortissima crisi nei mesi a venire?

Un terzo del nostro Pil è in esportazioni. Bisogna poter tornare a produrre. Se stiamo chiusi anche là dove possiamo esportare, come nella meccanica o nella moda, rischiamo di perdere i mercati di destinazione perché troveranno altri partner con cui lavorare. Occorre poi rafforzare il piano per il Made in Italy e i fondi a sostegno dell’export guardando quei mercati che riaprono a livello globale.

Le modalità di lavoro sono radicalmente cambiate in questo mese e mezzo. Cosa ci aspetta in futuro?

Avremo una diversa organizzazione del lavoro. Lo smart working e l’uso della tecnologia sarà molto diffuso. Strutturalmente questa crisi accelera tendenze già in atto da tempo: avremo una maggiore automazione del lavoro. La storia ci insegna che con le rivoluzioni industriali aumentano la competitività delle imprese e la relativa ricchezza diffusa nella società. Avremo bisogno di più investimenti e meno assistenza.

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